Non lasciare che la scintilla
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Rebibbia femminile in rivolta, 1973 - foto Tano D'Amico
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È difficile ridurre all’obbedienza chi non ama comandare
J.J. Rousseau
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“Nostra conseguenza politica di allora fu ammettere di uccidere. Un giorno durante i miei quarant’anni incontrai Marek Edelman, l’utimo comandante vivo dell’insurrezione del ghetto di Varsavia del 1943. Lo ringraziai di questo: di essersi degradato al piano dei suoi nemici, di essere diventato assassino di assassini, di avere sacrificato così la sua umanità, il suo diritto a essere migliore. Anche la più sacrosanta delle lotte armate, l’insurrezione del ghetto di Varsavia degradava i suoi combattenti ad assassini. Ho ringraziato Marek Edelman del sacrificio di scendere sul terreno del sangue versato. Per uccidere bisogna abbassarsi, anche se si hanno molte ragioni, e poi ci pensa la vittoria finale a dare il suo bravo contributo alle ragioni.
Noi rivoluzionari di allora ammettemmo di uccidere e ci guastammo per sempre. Lo sapevamo? Sì, e affrontammo il danno di noi stessi come offerta da versare in dote alla migliore vita di altri, di moltitudini di altri. Cadere, essere uccisi era nel conto, ma questo non pareggiava in niente il diritto di uccidere. Solo noi potevamo attribuircelo e ce lo assumemmo. La quantità umana in palio, la maggioranza degli oppressi, ci autorizzava a spingerci in quell’innanzi ignoto di noi stessi. E alla fine addosso a molti di noi resta il tanfo indelebile di polvere da sparo andata a segno. E addosso a tutti gli altri, proprio a tutti gli altri, anche quelli che barano dicendo non c’ero, non sapevo, non ero d’accordo, resta la correità e la condivisione di quell’ira politica micidiale”.
Erri De Luca
(Dalla prefazione a Le Ragioni dell’altro di Roberto Silvi, Colibri 2004)
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Anni Settanta
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Prescrizione per i governanti
Erri De Luca
Le Monde 8 février 2010
Il secolo ventesimo è stato quello delle rivoluzioni, la prima in Russia nel 1905, le ultime nell’Europa orientale dopo il collasso del patto di Varsavia. Con le rivoluzioni sono stati rovesciati i rapporti di forza e di oppressione,emancipando immense masse umane nel 1900, dall’Asia alle Americhe. E’ andata così nel mio tempo, sono stato militante rivoluzionario nell’Italia degli anni ‘70, non per estro di gioventù ma in obbedienza all’ordine del giorno del mondo.
Sono ancora in vita gli ultimi rivoluzionari del 1900. Alcuni sono diventati capi di stato e di governo, per loro si suonano gli inni nazionali. Altri restano dietro sbarre, in esili senza fine, oppure in frastornata libertà dopo decenni scontati in prigione. Queste ultime vite andrebbero protette, perchè sono la reliquia politica del secolo delle rivoluzioni, il grandioso 1900. Per esempio andrebbero protette le vite della signora Sonia Suder e del signor Christian Gauger (accusati di aver appartenuto alla Cellule rivoluzionarie tedesche, formazione politica degli anni 70) che stanno per essere estradati dalla Francia e consegnati alle prigioni tedesche. Spedire al giorno 1 di pena, alla casella di partenza, dei rivoluzionari del 1900, colpevoli secondo l’accusa di reati politici di trenta e più anni fa (otto olimpiadi): non è solo triste, è pure antico. Ribadisce che il ventesimo è secolo ancora in corso, alla faccia del miope che l’ha intravisto breve.
E’ invece tempo di prendere congedo dal secolo delle rivoluzioni, lasciando gli spiccioli di vita degli ultimi rivoluzionari al loro corso, togliendoli dal piccolo martirio delle ultime serrature.
Le polizie devono attenersi a mandati anche se abbondantemente scaduti. Ma esiste la misura e la saggezza politica per correggere distorsioni e stabilire in propria autonomia il tempo di chiudere e quello di aprire.
Le vite di Sonia Suder e Christian Gauger vanno protette non per clemenza, ma per evidenza di tempi scaduti, per diritto politico di chiudere il registro di classe del 1900. Si smette così di suddividere i rivoluzionari in vincitori da accogliere con cerimonia ufficiale, e vinti da estradare. Non perchè sono anziani, l’età, che condivido con loro, non è una attenuante. Attenua, sì, molte cose, ma non la responsabilità di essere stati dei rivoluzionari al tempo necessario.
E’ tempo di dichiarare prescritto il 1900 delle rivoluzioni, per pura igiene fisica e mentale. I nomi di Sonia Suder e Christian Gauger, siano consegnati all’archivio politico e non alla cronaca giudiziaria. E’ una buona occasione per stabilire il primato e la sovranità della politica sulle vite umane.
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Dall’esilio con furore: cronache dalla latitanza e altre storie di esuli e ribelli
Trentanni dopo ancora due estradizioni. La vicenda di Sonja Suder e Christian Gauger
Il faut prendre congé de l’urgence antiterroriste contre le siècle des révolutions
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Prescription pour les gouvernants
Erri De Luca
Le Monde 8 février 2010
Le XXe siècle a été le siècle des révolutions, la première en Russie en 1905, les dernières en Europe de l’Est après l’effondrement du pacte de Varsovie. Les rapports de force et d’oppression se sont inversés avec les révolutions, en émancipant d’énormes masses humaines dans les années 1900, de l’Asie aux Amériques. C’est ce qui s’est passé à mon époque, j’ai été un militant révolutionnaire dans l’Italie des années 1970, non par caprice de jeunesse, mais par obéissance à l’ordre du jour du monde.
Les derniers révolutionnaires du XXe siècle sont encore en vie. Certains sont devenus des chefs d’Etat et de gouvernement, on joue pour eux les hymnes nationaux. D’autres restent derrière les barreaux, dans des exils sans fin, ou bien dans une liberté désorientée après des dizaines d’années purgées en prison. On devrait protéger ces dernières vies, car elles sont les reliques politiques du siècle des révolutions, le grandiose XXe siècle.
Il faudrait protéger par exemple les vies de Sonja Suder et de Christian Gauger (soupçonnés d’avoir fait partie des “cellules révolutionnaires” allemandes), qui sont sur le point d’être extradés de France et remis aux autorités allemandes. Renvoyer au jour numéro un de leur peine, à la case départ, des révolutionnaires du XXe siècle, accusés de crimes politiques vieux de trente ans ou plus (huit olympiades)Pre: c’est non seulement triste, mais dépassé. C’est réaffirmer que le XXe siècle est encore là, en dépit des myopes qui l’ont vu bref.
Il est temps au contraire de prendre congé du siècle des révolutions, en laissant les miettes de vie des derniers révolutionnaires suivre leur cours, en les délivrant du petit martyre des dernières clôtures. Les polices doivent s’en tenir à des mandats d’arrêt, même largement expirés. Mais il existe la mesure et la sagesse politique pour corriger des distorsions et décider en toute autonomie du temps de fermer et de celui d’ouvrir.
Les vies de Sonja Suder et de Christian Gauger doivent être protégées non par clémence, mais par évidence de temps expirés, par droit politique de fermer le cahier de classe du XXe siècle. On cessera ainsi de diviser les révolutionnaires en vainqueurs à recevoir avec des cérémonies officielles, et en vaincus à extrader. Non pas parce qu’ils sont vieux, l’âge, que je partage avec eux, n’est pas une circonstance atténuante. Oui, elle atténue beaucoup de choses, mais pas la responsabilité d’avoir été révolutionnaires au moment nécessaire.
Il est temps de déclarer prescrit le XXe siècle des révolutions, par pure hygiène physique et mentale. Que les noms de Sonja Suder et de Christian Gauger soient consignés dans les archives politiques et non pas dans la chronique judiciaire. C’est une bonne occasion pour établir la suprématie et la souveraineté de la politique sur les vies humaines.
Traduit de l’italien par Danièle Valin
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Citazioni – congresso Italia dei Valori 6 febbraio 2010
“Se vuoi essere forza del 2 per cento che urla nelle piazze va bene come stiamo, ma il nostro zoccolo duro è transitorio, se accettiamo solo il voto di pancia allora dipenderemo solo dal mal di pancia di quel momento, e adesso c’è tanto, c’è una diarrea in giro che Dio la manda”.
Antonio Di Pietro
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Di Pietro: “noi siamo la diarrea montante”
Congresso Idv: i populisti lanciano un’opa su ciò che resta della sinistra
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Di Pietro alla ricerca della legittimazione democratica s’inventa dopo 12 anni un congresso largamente blindato in partenza. L’uomo dei vizi privati e delle pubbliche virtù cerca di sbancare ciò che resta a Sinistra.
E la Sinistra si inchina
Paolo Persichetti
Liberazione 6 febbraio 2010

Ormai ridottosi a partito fantasma, rimasuglio di lobby, potentati locali, combriccole, senza una strategia, il Pd è costretto a cercare l'abbraccio di Di Pietro per non perdere una base cresciuta a pane e giustizialismo. Il mito dell'azione penale, della funzione salvifica della magistratura, presentano alla fine il conto. La bancarotta culturale, l'asservimento all'ideologia giustizialista e al peronismo dipietrista. Prc, Pdci e Sinistra ecologia e Libertà che speravano nella nascita di un fronte peronista radicale restano a bocca asciutta. Amanti rifiutate, cornute e mazziate
Dodici anni sono passati da quando il 21 marzo 1998 Antonio Di Pietro fondò l’Italia dei valori. Da allora il movimento politico di cui è sempre stato il presidente-padrone dotato di poteri assoluti non ha mai affrontato un congresso. Più che un partito è stato una specie di Spa, una piccola matrioska che nascondeva al proprio interno il segreto di famiglia, il sodalizio tra l’uomo di Montenero di Bisaccia, sua moglie e Silvana Mura, l’inossidabile tesoriera. «Tutto gira in una sorta di associazione “clandestina” – ha ricordato in una intervista rilasciata pochi giorni fa Elio Veltri, stretto collaboratore dell’ex pm e suo ghostwriter fino al 2001 – fondata da tre persone, nella quale si può entrare solo con il placet di Di Pietro ma, appunto, davanti ad un notaio». In virtù di questo singolare statuto, Di Pietro è il titolare esclusivo della ripartizione dei finanziamenti, della supervisione sugli iscritti, della composizione delle liste elettorali. Nelle sue mani risiede la chiave che consente il cambiamento dello statuto. Insomma un castello fortificato non certo una comunità partecipata. Secondo gli idealtipi della sociologia weberiana si tratta di una classica formazione politica fondata sul potere carismatico del suo leader, improntata al più genuino populismo. In altri tempi, nel Novecento, sarebbe stato catalogato come un movimento politico “predemocratico”. Tuttavia c’è sempre una prima volta per tutti. E così, anche se con grave ritardo, questo movimento ha cominciato timidamente ad aprirsi in direzione della dialettica interna. Ieri si è tenuta presso il Marriot Park Hotel di Roma, vicino all’aeroporto di Fiumicino, la prima assise nazionale del partito. Slogan d’apertura: «L’alternativa per una nuova Italia». I lavori si concluderanno domenica. Tuttavia parlare dell’avvio di un percorso di trasparenza e normale vita partecipativa resta un grosso azzardo, anche se fornire la sensazione della «svolta» è l’obiettivo di questo primo congresso: liberarsi della vecchia immagine personalistica, offrire l’idea di una formazione finalmente democratica, partecipata, aperta alla società. In realtà le modifiche statutarie introdotte sono assolutamente minime, l’Italia dei valori resta proprietà privata di Di Pietro. Si tratta solo di un adeguamento dovuto alla “crisi di crescita” che il movimento ha riscontrato negli ultimi anni, soprattutto dopo la frantumazione della sinistra. In sala erano presenti 3.607 delegati, in rappresentanza di quasi 100 mila iscritti (secondo i dati forniti e che sarebbero raddoppiati nell’arco di un anno) e di 24 deputati, 12 senatori, 7 europarlamentari. Soprattutto il congresso si apre sull’onda di sondaggi molto favorevoli che consoliderebbero per le prossime elezioni regionali l’8% conquistato nelle elezioni europee di un anno fa. Dichiarazioni di voto che hanno spinto alcuni esponenti di punta dell’Idv, come il pm Luigi De Magistris, eletto come indipendente con un numero di voti superiore a quello dello stesso Di Pietro e ritenuto lo sfidante potenziale, ad avanzare l’obiettivo del 10% nell’ottica di un allargamento verso Rifondazione, SeL, noglobal e “popolo viola”. Non a caso all’apertura dei lavori hanno partecipato tutti gli attuali segretari di partito della sinistra, da Pierluigi Bersani a Paolo Ferrero, da Nichi Vendola al segretario della Cgil, Guglielmo Epifani. Una delle decisioni finali del congresso dovrebbe essere quella di togliere il nome di Di Pietro dal simbolo per segnalare che la fase della personalizzazione del partito sarebbe finita. La sostanza della discussione dovrebbe portare, invece, sulle alleanze da costruire e sulla scelta dei territori politici sui quali estendere l’influenza dell’Idv: verso il Pd o più a sinistra? Uomo di destra, portatore di valori ultramoderati, Di Pietro ha sfoderato tutto il cinismo politico possibile invadendo i territori tradizionali della sinistra popolare e operaia, allargando i temi d’intervento politico, modificando il linguaggio, prestando attenzione non più solo ai temi della legalità ma anche alle questioni sociali sociali e ambientali, alla crisi economica, ai licenziamenti che stanno colpendo i posti di lavoro. Un uomo chiave di questo restyling “operaista” è stato Maurizio Zipponi, già segretario della Fiom di Brescia, uscito da Rifondazione, che gli ha aperto la via nelle roccaforti operaie del nord. De Magistris, che non sembra avere fretta, all’apertura dei lavori ha subito indicato che voterà la mozione del presidente facendo capire però che lui rappresenta il futuro. Scontato a questo punto l’esito finale del congresso. Nonostante tutto il deputato campano Francesco Barbato si è candidato alla segreteria con un documento che sostiene una «diversa visione del partito costruita su un movimento civico dal basso», senza «i signori delle tessere, la parentopoli dell’Idv, con incarichi a parenti in linea diretta, discendenti e ascendenti, intere famiglie per non dire clan che si sono accasati nell’Idv con doppi e tripli incarichi». Posizione che echeggia il durissimo attacco venuto dalle pagine di Micromega lo scorso settembre con un’inchiesta devastante che metteva in luce un partito di eletti costituito da lobby, cacicchi locali, capibastone. Un sottobosco che ricorda il ceto politico giolittiano del primo Novecento che Salvemini non aveva esitato a definire «malavitoso». Un partito fatto di notabili «a cui mai darei la mano», dice Barbato e segnalano documentatissime inchieste, ma ciò non scalfisce l’immagine di un Di Pietro immacolato difensore delle virtù pubbliche. E’ singolare che la sinistra radicale lo rincorra con l’unico risultato di lasciarsi assorbire, abbandonando alla destra il dovere della battaglia. Una destra un po’ ingrata che deve a Di Pietro e “Mani pulite” lo sdoganamento politico che le ha aperto l’autostrada del potere.
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Stato a padroni a braccetto: secondo il legale del governo, i poteri pubblici non avrebbero obblighi di tutela della salute dei lavoratori e non vi sarebbero norme penali che sanzionano l’omissione di controllo
Paolo Persichetti
Liberazione 26 gennaio 2010
Si è tenuta ieri presso il tribunale di Torino la seconda udienza del processo alla Eternit, la multinazionale svizzera dell’amianto che con le sue produzioni ha avvelenato mezza Europa. In aula erano presenti oltre 200 persone arrivate su 5 pullmans da Casale Monferrato, dove si trovava uno dei siti più colpiti da quella che è stata definita la più aggressiva sostanza cancerogena del ‘900. Alla sbarra il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny e il barone belga Jean Louis De Cartier, rinviati a giudizio per «disastro doloso» provocato dall’esposizione all’amianto nei quattro stabilimenti italiani della società. Quella della Eternit è una storia di profitto sanguinario e nocività sociale del capitalismo: almeno 3 mila le vittime sino ad ora accertate, 2200 quelle decedute, 700 i malati terminali, oltre 5 mila le parti lese. Il processo non è ancora entrato nel vivo, all’esame dell’aula per ora solo questioni preliminari. L’udienza di ieri è stata contrassegnata dall’offensiva dei legali delle società citate come responsabili civili del disastro. La Presidenza del consiglio dei ministri e l’Unione europea (chiamata a risarcire un miliardo di euro) hanno chiesto di essere esclusi dal processo rinviandosi reciprocamente ogni responsabilità sulla vicenda. Se per il legale del governo, lo Stato non può essere chiamato a rispondere poiché gli obblighi di tutela della salute dei lavoratori sarebbero solo a carico dei datori di lavoro (sic!), inoltre non esisterebbero norme che censurano le responsabilità sull’omissione di controllo addebitate al potere pubblico (doppio sic!), infine l’Italia non potrebbe essere accusata della mancata adozione delle disposizioni comunitarie in tema di amianto perché queste sarebbero state successive all’epoca dei fatti; per l’avvocato dell’Ue, «mai l’Europa avrebbe potuto vietare l’amianto con forza di legge. Lo ha fatto con una direttiva la cui attuazione era compito degli Stati membri». Il legale ha aggiunto che spetterebbe semmai alla Corte di giustizia europea di doversi occupare, in base ai trattati, delle eventuali responsabilità dell’Unione. La Procura si è associata alla richieste di esclusione dal processo. L’udienza è stata poi aggiornata all’8 febbraio prossimo. Nel frattempo Il giudice Casalbore ha fatto sapere che grazie al supporto tecnico fornito dalla provincia di Torino, il processo verrà trasmesso in diretta streaming in tutte le sedi giudiziarie italiane. Fuori al Palazzo di Giustizia è comparso uno striscione con la scritta: «Eternit: no al processo breve».
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La violenza del profitto: ma quali anni di piombo, gli anni 70 sono stati anni d’amianto
Cronache operaie
Cometa, il fondo pensioni dei metalmeccanici coinvolto nel crack dei mercati finanziari
Pinkerton, l’agenzia di sicurezza privata al servizio del padronato
Mappa delle resistenze operaie: le altre Innse d’Italia
Innse, un modello di lotta da seguire
Francia, le nuove lotte operaie
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Bossnapping, gli operai di Continental strappano l’accordo
Il sesso lo decideranno i padroni, piccolo elogio del film Louise Michel
Grande paura: Paolo Granzotto, il reggibraghe
Il Bossnapping vince: la Caterpillar cede
Bossnapping, una storia che viene da lontano
Bossnapping nuova arma sociale dei lavoratori
Bruxelles,manager Fiat trattenuti dagli operai in una filiale per 5 ore
Francia, altri manager sequestrati e poi liberati
Francia, padroni assediati torna l’insubordinazione operaia?
Rabbia populista o nuova lotta di classe?
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Reati politici contestati alla Lega nord. Per l’accusa, il ministro degli Interni Maroni sarebbe stato il capo di un’associazione a carattere militare, denominata prima “Camicie verdi” e poi “Guardia nazionale padana”. Graziato dalla Consulta, arresta militanti della sinistra rivoluzionaria accusandoli degli stessi reati di cui lui non dovrà rispondere perchè coperto dall’immunità
Paolo Persichetti
Liberazione 24 gennaio 2010
«Costituzione di un’associazione a carattere militare», con questo capo d’imputazione previsto dall’articolo 1 della legge 243 del 1948, finalizzata a reprimere la creazione di milizie paramilitari, il gup di Verona Rita Caccamo ha rinviato a giudizio 36 esponenti della Lega nord, tra cui spiccano i nomi dell’attuale sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo, del deputato Matteo Bragantini, dell’ex sindaco di Milano Marco Formentini, che non hanno potuto avvalersi dell’immunità parlamentare come invece è accaduto per l’intero gotha leghista: Umberto Bossi, Roberto Maroni, Mario Borghezio, Roberto Calderoli, Francesco Speroni ed altri. A restare impigliati nelle maglie dell’inchiesta condotta dal pm Guido Papalia sono rimasti in prevalenza solo alcuni “caporali” e qualche “sergente”. La vicenda risale al 1996, epoca in cui la Lega perseguiva una strategia che rasentava l’insurrezionalismo secessionista. Diversa acqua è passata sotto i ponti da allora. Nel frattempo, il 25 gennaio 2006 una serie d’innovazioni legislative in difesa della libertà di espressione hanno fatto decadere tre delle 4 imputazioni su cui era incardinata l’inchiesta: l’articolo 241 (attentato contro l’integrità, indipendenza dello Stato) e 283 (Attentato contro la costituzione) del codice penale. E’ bastato che il Parlamento inserisse il requisito degli «atti violenti» perché la configurazione giuridica dei fatti contestati perdesse fondamento. Circostanza questa senza dubbio positiva, anche se non ci si può esimere dal sottolineare come altrove la manifestazione d’opinioni o propositi d’altra natura, anticapitalisti o antigovernativi per un verso, o ispirati a credi religiosi non conformi per l’altro, abbiano subito al contrario un inasprimento repressivo senza precedenti, ivi compreso la reintroduzione dell’offesa a pubblico ufficiale. I leghisti hanno ottenuto l’abolizione dei reati che mettevano a repentaglio le loro opinioni ideologiche e rafforzato quelli che colpiscono le opinioni degli avversari. Venuti meno i reati fine, oltre al 241 e 283 cp veniva contestata anche l’associazione antinazionale finalizzata a «deprimere e distruggere il sentimento della Nazione» (271 cp), dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale con sentenza del 5 luglio 2001, n. 243, la magistratura ha dovuto ripiegare sull’unico reato mezzo presente: «l’associazione a carattere militare denominata “Camicie verdi” poi confluita in un’altra struttura più complessa denominata “Guardia nazionale padana”». Secondo l’accusa «gerarchicamente organizzata e addestrata per un eventuale impiego collettivo in azioni di violenza e minaccia – presentate come azioni di legittima difesa di pretesi diritti violati – e utilizzata anche per intimidire gli aderenti contrari alle direttive politiche dei vertici del movimento, e quindi impedirne la partecipazione al dibattito interno, e così imporre attraverso la riduzione al silenzio dei dissenzienti una precisa linea politica». Il processo che si aprirà il primo ottobre 2010, riforma del processo breve permettendo, riserva notevoli paradossi. Alla sbarra sarà giudicata quella che qualcuno ha già definito una «eversione istituzionale». Basti pensare che il capo di questa struttura paramilitare altri non era che l’attuale ministro degli Interni Roberto Maroni, scampato al processo grazie alla Consulta. Tant’è che in molti invocano il tempo passato, oltre 13 anni, il percorso di costituzionalizzazione della Lega, eccetera. Tutto vero e tutto giusto. Peccato però che questi argomenti, del tutto condivisibili, valgano soltanto quando ad essere sul banco degli imputati sono lorsignori. Nei giorni scorsi, da ministro dell’Interno, Roberto Maroni si congratulava con il capo della polizia, Antonio Manganelli, per l’arresto di Manolo Morlacchi e Virgilio Costantino, accusati di fare parte di un’ennesima propaggine delle cosiddette «nuove Br». Ai due, che hanno contestato ogni addebito, è bastato molto meno di quanto fosse contestato al ministro per ritrovarsi in carcere. Scrivere un libro e avere un nome carico di storia. Ci sono poi detenuti politici rinchiusi da oltre trent’anni. Per alcuni il tempo si conta in minuti, per altri in secoli.
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Camicie verdi di ieri, ronde di oggi
Le ronde non fanno primavera
Ronde: piccole bande armate crescono
Fantasmi dalla vita lunga, un altro Morlacchi dietro le sbarre
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