«Che delusione Professore!!!!!!». Una lettera di Enrico Triaca a Nicola Ciocia-professor De Tormentis


«Ho un concetto chiaro dell’interrogatorio.
Una persona deve sentirsi nel potere di colui il quale interroga.
Quando ciò avviene, cede».
Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis
in Valerio Lucarelli, Vorrei che il futuro fosse oggi.
Ribellione, rivolta e lotta armata
, (Una storia dei Nap)

Ancora del mediterraneo 2010, pagina 182

Che delusione Professore!!!!!!

Da un «combattente» come lei mi sarei aspettato un gesto “Etico” dell’ultim’ora: «Eccomi qua sono io», e invece niente, ha aspettato fino alla fine nascosto nella sua tana, ha aspettato che la stanassero come un coniglio tremolante ed ora ci racconta che nulla è vero. Dottor Jekyll e Mister Hyde, da latitante rivendica le sue «eroiche gesta» e ora che la sua identità è evidente piagnucola la sua innocenza, la sua correttezza, ci vuole impietosire con la sua cagionevole salute.
Non è dignitoso per funzionario dimostrare che solo in anonimato sa assumersi le proprie responsabilità, che sa solo vivere nell’ombra. Purtroppo nessuno le ha imposto nulla «Professore»; tutto questo casino lo ha combinato lei di sua spontanea volontà rilasciando interviste.
Stia tranquillo «Professore» non le succederà nulla, i reati sono tutti prescritti, il suo Stato continuerà a difenderla. Lo faccia un gesto dignitoso per una volta nella sua vita giunta agli sgoccioli, non ha nulla da perdere, non la sua carriera ormai conclusa, non il suo nome ormai noto.
Io da parte mia le assicuro che non la morderò, non la guarderò con rancore, «Professore», lei mi è del tutto indifferente. Qui non si tratta di trovare un colpevole, di capire chi è il macellaio e chi la vittima, ma di ripristinare una verità Storica, e questo, caro «Professore», dovrebbe essere il suo imperativo come funzionario di Stato che ha giurato sulla Costituzione. Non lasci questa terra da vigliacco. Sono altri i silenzi che fanno rumore, sono quelli di chi le ha dato gli ordini, sono quelli di chi in silenzio, aqquattati nell’ombra aspettano che passi la bufera parlando di Democrazia, Costituzioni e Stato di Diritto.
Il Terroristà sarò sempre io, comunque vada.
“Noi ci sedemmo dalla parte del torto perché gli altri posti erano tutti occupati”
Bertolt Brecht

(E i culi di pietra del potere sono pesanti da scalzare N.d R.)

13 febbraio 2012

Saluti, Enrico Triaca

Link
Rai tre Chi l’ha visto? Le torture di Stato
Nicola Ciocia, Alias De Tormentis risponde al Corriere del Mezzogiorno 1
Torture, anche il Corriere della sera fa il nome di De Tormentis si tratta di Nicola Ciocia
Nicola Ciocia, alias De Tormentis, è venuto il momento di farti avanti
Cosa accomuna Marcello Basili, pentito della lotta armata e oggi docente universitario a Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, ex funzionario Ucigos torturatore di brigatisti
Triaca:“Dopo la tortura, l’inferno del carcere – 2
Enrico Triaca; “De Tormentis mi ha torturato così” – 1
1982 la magistratura arresta i giornalisti che fanno parlare i testimoni delle torture
Novembre 1982: Sandro Padula torturato con lo stesso modus operandi della squadretta diretta da “de tormentis”
Anche il professor De Tormentis era tra i torturatori di Alberto Buonoconto
Caro professor De Tormentis, Enrico Triaca che hai torturato nel 1978 ti manda a dire
Le torture ai militanti Br arrivano in parlamento
Nicola Ciocia, alias “De Tormentis” è venuto il momento di farti avanti
Torture: Ennio Di Rocco, processo verbale 11 gennaio 1982. Interrogatorio davanti al pm Domenico Sica
Le torture della Repubblica 2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Acca Larentia: le Br non c’entrano. Il pentito Savasta parla senza sapere
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture?
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana
Il pene della Repubblica: risposta a Miguel Gotor 1
Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo stato per fronteggiare la lotta armata
Miguel Gotor risponde alle critiche
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Tortura: quell’orrore quotidiano che l’Italia non riconosce come reato
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti
1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati

Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture
Torture: l’arresto del giornalista Piervittorio Buffa e i comunicati dei sindacati di polizia, Italia 1982
L’énnemi interieur: genealogia della tortura nella seconda metà del Novecento
Ancora torture
Torture nel bel Paese
Pianosa, l’isola carcere dei pestaggi, luogo di sadismo contro i detenuti

Caso Gullotta, le torture furono praticate da un nucleo antiterrorismo dei carabinieri

Sono state le rivelazioni di ex brigadiere del reparto antiterroristico di Napoli, Renato Olino a far riaprire il caso. Venne estorta la confessione di un anarchico che lo accusò. Gullotta venne torturato e costretto ad ammettere. Assolto dopo 21 anni in cella

Felice Cavallaro
Corriere della Sera
14 febbraio 2012 Pagina 21

PALERMO – Cercarono di incastrare gli extraparlamentari di sinistra perché era tempo di Brigate Rosse. E riuscirono a far condannare all’ergastolo tre innocenti, ma sulla strage di Alcamo Marina, con due carabinieri uccisi nella caserma a metà strada fra Palermo e Trapani, adesso grava l’ombra di un intrigo tutto interno allo Stato, alla stessa Arma dei carabinieri. Come s’è capito ieri sera a Reggio Calabria dove una Corte di appello per quel massacro del 26 gennaio 1976, dopo 21 anni, 2 mesi e 15 giorni di carcere, ha dichiarato «non colpevole» Giuseppe Gulotta, 18 anni al momento dell’arresto. Finisce così il tormento di un ergastolano che si ritrovò condannato con due complici più svelti di lui a espatriare in Brasile, Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo, pronti anche loro alla revisione del processo scattato quando nel 2007 un ex brigadiere del reparto antiterroristico di Napoli, Renato Olino, raccontò che le confessioni di Gulotta gli erano state estorte dai suoi colleghi con atroci torture. Un rimorso che lo portò a dimettersi dall’Arma, pur tacendo per tanti anni. Poi, la verità che a nulla servirà per il quarto uomo allora indicato dai carabinieri come il più pericoloso della banda, Giuseppe Vesco, trovato con una pistola forse lasciata da una manina in casa sua, picchiato pure lui fino a fargli confessare l’attentato mai compiuto e a indicare gli altri tre. Sarebbe bastato analizzare meglio il contenuto delle lettere sulle torture subite, vergate da Vesco in carcere, al San Giuliano di Trapani, per evitare di arrivare alla verità dopo 36 anni e dopo il misterioso suicidio dello stesso Vesco.
Impiccatosi in prigione, pur monco di una mano. Con il compagno di cella poi pentitosi negli anni 90, Vincenzo Calcara, che ricorda di essere stato invitato a lasciare da solo Vesco per una messa in scena eseguita da un mafioso aiutato da due guardie carcerarie: «L’ammazzarono e pensai a una collaborazione tra mafia e Stato». Affermazione rafforzata dal pentito Giuseppe Ferro, certo dell’estraneità dei quattro giovani: «Quelli erano solamente delle vittime e noi mafiosi pensavamo che era una cosa dei carabinieri, forse qualcosa gestito da un servizio segreto». È questo il punto dal quale si dovrebbe ricominciare dopo il primo verdetto di assoluzione ieri pronunciato su richiesta del procuratore generale Danilo Riva. Cercando di capire chi avallò il depistaggio probabilmente legato a un traffico di droga intercettato dai due militari uccisi, Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo, vittime quasi certamente di carnefici in divisa. Un sospetto che imbarazza settori dell’Arma e macchia una storia in quegli anni spesso non gloriosa. Come si capì nel 1979, proprio nel giorno in cui a Roma fu ritrovato il cadavere di Aldo Moro, il 9 maggio, quando la mafia uccise Giuseppe Impastato e i carabinieri depistarono tutto. È una pagina già riaperta dalla Procura di Palermo, soprattutto dopo le tardive ammissioni di Renato Olino sfociate nella revisione di un dramma segnato da una strana morte in carcere, da due latitanze e dall’ergastolo di Gullotta, ieri appagato ma non raggiante, da qualche tempo in Toscana, in semilibertà, con la moglie sposata durante un breve permesso, un figlio cresciuto senza di lui: «Ho perduto la mia gioventù in cella e nessuno potrà mai restituirmela».

Link
Salvatore Marino muore di torture negli uffici della questura di Palermo