Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia /1a puntata

Da sempre priva di riscontri la vecchia dietrologia cerca conforto nelle nuove tecnologie. Domenica 22 febbraio la polizia scientifica ha effettuato una scansione laser del luogo dove Aldo Moro venne sequestrato 36 anni fa.
Questo è il primo di un ciclo di interventi dedicato ai lavori della nuova commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento e l’uccisione del presidente della Democrazia cristiana

Paolo Persichetti
Il Garantista 28 febbraio 2015

10995657_816482041732693_2140707097252357948_nIl tratto di strada che il 16 marzo 1978 vide alcuni operai scesi dalle fabbriche del Nord dare l’assalto, insieme a dei giovani romani di varia estrazione, al convoglio di auto che trasportava il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, non trova pace.
Quella mattina, lungo via Fani si erano dati appuntamento in dieci: un tecnico, un contadino, una assistente di sostegno, diversi studenti, un artigiano, un paio di disoccupati, alcuni operai, un commerciante. Il più anziano aveva 32 anni, la più giovane 20. Erano le Brigate rosse, intenzionate a sferrare un attacco senza precedenti al «cuore dello Stato».
A distanza di 36 anni questo fatto storico non è ancora accettato dai cultori del complotto, anzi dei ripetuti complotti di diversa natura e colore, tutti assolutamente reversibili, che nei tre decenni ormai alle spalle si sono succeduti in perfetta antitesi tra loro.
E’ per questo che domenica scorsa l’incrocio tra via Fani e via Stresa, situato nella zona nord di Roma, è stato sottoposto a scansione laser da alcuni tecnici della polizia scientifica che in questo modo tenteranno di far rivivere i fatti di quella mattina di 36 anni fa attraverso alcuni software tridimensionali in grado di elaborare e verificare tutti i dati balistici, peritali e testimoniali raccolti all’epoca delle indagini e dei processi.
Lo ha deciso la terza commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento del leader 10986837_10204730816563878_2601269910022609904_ndemocristiano, insediatasi in ottobre. Dopo tanta dietrologia i commissari hanno pensato di ricostruire sotto forma di realtà virtuale la scena del rapimento. Quanto alla fine possa risultare attendibile una ricostruzione del genere, che integra dati raccolti in epoche lontane e con tecniche ormai sorpassate rispetto all’odierna tecnologia forense, per ora non ci è dato sapere. Il teatro dell’azione fu largamente inquinato dall’invasione di funzionari e vertici delle forze dell’ordine, fotografi e giornalisti che calpestarono i reperti. Addirittura una vettura della Digos, un’Alfasud beige, piombò sulla scena dell’attentato e fu parcheggiata sul lato del marciapiede dove era partito il commando. Si può facilmente ipotizzare che i suoi pneumatici abbiano fatto schizzare, o comunque spostato, diversi reperti, in particolare i bossoli. Ma in fondo, questo è l’aspetto meno importante: dei nuovi rilievi – sempre che risultino attendibili – non possono che confortare quanto è già noto da tempo.
Significativo, invece, è il dato politico che esprime questa iniziativa, mirata «a stabilire – come ha dichiarato il presidente della nuova commissione d’inchiesta, Giuseppe Fioroni – l’oggettività di alcuni fatti sulla base di una certezza: non c’è corrispondenza tra il racconto dei 55 giorni e alcune chiare circostanze».

Sul lato baso della foto è visibile l'alfasud della Digos

Sul lato baso della foto è visibile l’alfasud della Digos

Cinque processi, decine e decine di ergastoli errogati insieme centinaia di anni di carcere, due commissioni parlamentari, le testimonianze dei protagonisti, alcuni importanti lavori storici, non hanno scalfito l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico che da oltre tre decenni alligna sul caso Moro e l’intera storia della lotta armata per il comunismo, quando in realtà è proprio questa ostinazione negazionista il nodo che ha trasformato in un “caso” l’azione di via Fani.
Fa paura ancora oggi cercare risposte alle vere domande che quei 55 giorni sollevano: come prevalse la linea della fermezza? Perché Dc e Pci, in un reciproco gioco di ricatti e sospetti, rimasero irremovibili sulla posizione del rigor mortis? Perché gli uomini di Moro, ben piazzati dentro la Dc e nei gangli dello Stato, non fecero nulla, o ben poco, per agevolare la sua liberazione? Perché il Pci sabotò ogni tentativo di trattativa, anzi denigrò le lettere dell’ostaggio dichiarando che non erano farina del suo sacco, se è vero che Moro era ritenuto la pedina decisiva per portare a termine la strategia del compromesso storico? Le culture politiche di questi due grandi partiti furono poi così all’altezza degli eventi? Non è lì dentro che si dovrebbe scavare senza riverenze e scrupoli per capire?
Invece ancora oggi c’è chi prova ad offuscare l’intelligibilità di quell’evento, come ha fatto recentemente lo storico, ora parlamentare e membro della nuova commissione Moro, Miguel Gotor, restio ad accettare l’idea che dei giovani operai e borgatari romani si fossero organizzati al punto da sfidare lo Stato lasciando il corpo di Moro nel cuore della toponomastica del compromesso storico, «della lotta politica e della guerra fredda» (episodio reiterato con il sequestro D’Urso), a due passi da via delle Botteghe oscure (allora sede nazionale del Pci) e piazza del Gesù (sede nazionale della Dc).
Per Gotor, se le Brigate rosse volevano raggiungere quell’obbiettivo propagandistico, «lo avrebbero lasciato in una discarica della periferia con nella destra una copia dell’Unità e nella sinistra una copia del Popolo, e non si sarebbero mai e poi mai assunte tutti quei rischi incredibili».
Dunque Moro doveva finire nell’immondizia perché ciò che muove dalle periferie non può che sfociare nelle discariche, è quanto mostra di pensare il braccio destro di Bersani, dando prova di un forte pregiudizio classista venato di populismo anticasta. La storia successiva ci dice che a mettergli l’Unità in tasca non furono le Brigate rosse ma l’autore del monumento che gli venne dedicato a Maglie, in Puglia, mentre la sola idea che le periferie dell’epoca potessero appostarsi sotto i Palazzi della politica e dell’economia suscita ancora negli esemplari odierni del ceto politico quegli stessi brividi freddi che l’aristocrazia versagliese provò di fronte ai sanculotti che mettevano a ferro e fuoco l’ancien régime.
Si comprende perché la dietrologia, ora nella sua veste tridimensionale, oltre ad essere un redditizio affare per l’industria editoriale e la pubblicistica da marciapiede, si presta come balsamo consolatorio, diversivo che consente di evadere i quesiti più imbarazzanti, le responsabilità più pesanti. Quanti su questa fondamentale rimozione hanno costruito la loro fortuna, le loro carriere negli anni di quella Seconda repubblica nata sul funerale di Moro?

Via Fani, Le nuove frontiere della dietrologia

Un mese di addìi, tre compagne e un compagno ci hanno lasciato

Ignazio, Claudine, Teresa e Laura ci hanno lasciato. Non sono molto bravo a parlare di addìi, sempre un po’ restio a voltarmi alle spalle, ma questo mese è stato terribile: un compagno e tre compagne se ne sono andati anzitempo. Storie di esilio, storie di acoglienza e solidarietà, storie di carcere, storie di lotte e di periferia. Di Ignazio parleremo un giorno, anzi confido che ci abbia lasciato qualche sua parola. La sua parabola è singolare, l’ho sfiorato da bambino per poi ritrovarlo sulle vie dell’esilio. Claudine Roméo è stata un pezzo del mio esilio, esuberante e straripante in tutti i sensi. Allieva di Althusser, nomaliènne di talento, era professoressa di filosofia. Negli ultimi anni faceva lezione anche agli anziani in una associazione a nord di Parigi, animava una trasmissione di impegno politico a Radio fréquence Paris pluriel da dove volgeva lo sguardo lontano, sempre attenta ad ogni sussulto di ribellione ed emancipazione. Teresa Scinica è stata una militante delle Brigate rosse, ha frequentato per lunghi anni il cacere speciale. Laura Blasi l’ho conosciuta quando ho cominciato a mettere i piedi fuori dal carcere, nel 2008. Da Milano era venuta a vivere in una periferia romana, quel Trullo di cui mi ha spiegato un po’ di cose. Percorso inverso al mio che un’altra periferia avevo laciato nel 1991 per riparare in Francia, senza mai più ritrovarla anche al ritorno. Diciassette anni dopo ho riattraversato spaesato quelle strade senza pià provare alcun sentimento di appartenenza. Non sono mai tornato dall’esilio, l’esilio è casa mia. Laura la voglio ricordare con questo articolo di cui fu una mia fonte. Domani c’è la marcia di Salvini su Roma: Laura, Ignazio, Teresa e Claudine sarebbero stati certo con noi a serrare le fila dei cordoni.
Ciao cari compagni!

Paolo Persichetti
Liberazione, 23 Novembre 2008

Al Trullo, zona della periferia romana che guarda verso il litorale, tira una brutta aria. Da un po’ di tempo alcuni giovani si divertono ad aggredire gli immigrati del quartiere che vivono del loro lavoro. Cinque ragazzi, tra i quali due minorenni, sono stati arrestati all’alba di ieri dai carabinieri. Altri quattro sono stati denunciati e un altro sottoposto all’obbligo di firma. In tutto dieci ragazzi tra i sedici e i ventuno anni, teste vuote accusate a vario titolo di ripetuti episodi di aggressione, pestaggi e intimidazione a sfondo razziale che sarebbero poi sfociati in rapine. Secondo quanto è stato riportato dalle agenzie, alcuni dei ragazzi avevano già dei precedenti penali.300px-roma_tiburtino_iiiDi fronte alle reiterate violenze, al clima di sopraffazione e intimidazione e al timore di essere espulsi perché in situazione irregolare, gli immigrati evitavano di denunciare i fatti alla forze di polizia, fino allo scorso mese di settembre quando due egiziani hanno rotto gli indugi e sporto querela. I due erano stati malmenati e derubati ma si erano rifiutati di dare denaro alla banda. Le indagini condotte dalla locale caserma di Villa Bonelli hanno consentito di infrangere il muro di omertà e ricostruire almeno cinque episodi, ma potrebbero essere molti di più. Tra questi il violento pestaggio di un barista romeno che si era rifiutato di «offrire» ai ragazzi delle birre gratis. Il gruppo prendeva di mira anche le donne, come nel caso di una ragazza guatemalteca avvicinata in via del Trullo per ottenere del denaro e qui malmenata e rapinata. Le aggressioni avvenivano spesso a colpi di casco. «Qui non vi vogliamo, siete dei pezzi di merda», queste le frasi che rivolgevano contro gli extracomunitari.L’Arma tuttavia per bocca del comandante della compagnia dell’Eur ha subito tenuto ha precisare che «si tratta di bulli, non c’è alcun movente politico in queste azioni. Si tratta di violenze messe in atto per futili motivi, spesso perché le vittime si rifiutavano di dare pochi spiccioli», come se fosse un fatto minore andare in giro ad estorcere soldi, per giunta a dei poveracci che spesso vivono d’espedienti e lavori sottopagati. Una spoliticizzazione dei fatti in linea con i desiderata dell’attuale maggioranza di governo ed in particolare con il discorso tenuto dalla giunta Alemanno, che del razzismo e della xenofobia hanno fatto durante la campagna elettorale una merce politica. Il sindaco, esponente di primo piano di An e punto di riferimento della “destra sociale”, legato agli ambienti della destra radicale che in parte è riuscito a traghettare nella maggioranza municipale, non ha perso tempo per omaggiare l’operato dei carabinieri, augurandosi «una volta accertati i fatti di procedere in tempi brevi a una condanna esemplare». Quanto avvenuto riporta al clima dell’ottobre 2006, quando la tensione nel quartiere raggiunse livelli altissimi a causa di conflitti tra gruppi malavitosi che reggevano il mercato dello spaccio, extracomunitari appaltati per il traffico e giovani italiani emergenti che volevano ritagliarsi uno spazio. Allora finì con tre gambizzati e un bar dato alle fiamme.
Nella stessa giornata, in un’altra periferia romana, alla stazione ferroviaria di Ottavia, tre giovani srilankesi sono stati aggrediti a colpi di mazze da altri ragazzi italiani poi fuggiti. Episodi del genere sono ormai quotidiani. L’intolleranza razzista si è banalizzata. Ma davvero la politica non c’entra? La destra gioca sul fatto che chi commette questi atti non è un militante, non fa nemmeno politica. Obiezione fragile in un’epoca dove la politica ha perso i suoi confini tradizionali fino a dissolversi nei salotti e format televisivi. La realtà è che simboli, linguaggi e comportamenti rinviano ad uno stesso orizzonte comune che trova connivenze e momenti di contatto, per esempio nelle curve degli stadi. Queste teste bruciate mutuano gli stessi pregiudizi, condividono il medesimo odio e rancore, appartengono allo stesso universo valoriale identitario, superomista e razziale. Sono l’incarnazione dell’egemonia che la cultura di destra ha conquistato nel paese. Siamo di fronte ad un contagio sociologico, parola che assume un senso tutto particolare dopo l’ultimo libro di Walter Siti che descrive appunto la trasmutazione delle borgate, la realtà della nuova periferia dove codici sociali e identitari sono ormai sovrapposti e confusi. Il potere sociale della cocaina, i suoi percorsi, le relazioni sociali che si costruiscono attorno al suo mercato spiegano più di tante analisi socio-politiche.

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Non sono tutti Charlie, in scena a Parigi la grande sfilata dell’ipocrisia

Non sono tutti Charlie quelli che sono scesi sulle strade di Parigi per sfilare contro il massacro compiuto nella redazione del giornale satirico francese e la successiva scia di sangue che ne è seguita. Non lo sono soprattutto quelli che hanno preso la testa del corteo, una cinquantina di capi di Stato provenienti da mezzo mondo accompagnati dall’intero establishement francese. Tra loro c’è gente che a casa propria mal tollera la satira o ne fa strame, come quel tal Benyamin Nétanyahou  o Avigdor Lieberman, rispettivamente premier e ministro degli esteri di un Israele che ha sempre eliminato fisicamente vignettisti e poeti palestinesi, timorosa delle loro matite e dei loro versi considerati armi da guerra (leggi sotto).
Non è Charlie nemmeno il ministro dell’economia israeliano, quel Naftali Bennett, capo del partito della destra religiosa, Foyer juif, che nel 2013 non ha avuto problemi nel dichiarare: «ho ucciso molti arabi nella mia vita. E tutto ciò non mi crea alcun problema».
Non sono Charlie il re di Jordanie Abdallah II, il capo della diplomazia russa Sergueï Lavrov, il primo ministro turco Ahmet Davutoglu, il ministro degli esteri degli Emirati arabi uniti, cheikh Abdallah ben Zayed Al-Nahyane, il capo del governo ungherese, Viktor Orban, il presidente della repubblica gabonese Alì Bongo, che Reporters sans frontières colloca nella sua classifica sulla libertà di stampa mondiale rispettivamente: la Turchia al 154° posto, la Russia al 148°, la Giordania al 141°, il Gabon al 98°, Israele al 96° e l’Ungheria al 64°.
In Giordania vengono arrestati giornalisti e chiusi canali televisivi, come recentemente è accaduto per una emittente della opposizione irachena. In Russia basta ricordare la sorte della Politkovskaja oppure il processo e la condanna delle Pussy riot. In Ungheria il governo in mano alla destra populista ha fatto votare una legge bavaglio contro la stampa. In Turchia sono all’ordine del giorno arresti di massa contro i media d’opposizione, per non parlare del sostegno militare e logistico fornito alle forze islamiste che combattono in Siria. Non sono Charlie il presidente ucraino Petro Porochenko e il rappresentante della diplomazia egiziana Sameh Choukryou, paesi dove la libertà di stampa ha vita difficile. Non lo è nemmeno lo spagnolo Mariano Rajoy che non ha problemi a colpire avvocati e stampa basca indipendentista.
Forse dopo il gran defilé che ha benedetto l’union sacrée mondiale per la difesa della libertà di stampa, il miglior regalo che si poteva inviare ai predicatori dell’odio religioso e ai loro dirimpettai fanatici dello scontro delle civiltà, non è più Charlie nemmeno Charlie Hebdo.
La satira è irriverenza assoluta contro il potere e i potenti, altrimenti è solo insulto e ghigno contro i deboli. L’endorsement delle cancellerie mondiali è un abbraccio mortale per un settimanale satirico che così rischia di divenire solo una delle tante gazzette delle grandi potenze. Charlie hebdo non è morto sotto i colpi dei fratelli Kouachi ma calpestato dai passi delle cancellerie mondiali.

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Dal blog Polvere da sparo

Quando Israele volò fino a Londra per sparare ad un vignettista…

E’ il quotidiano israeliano Haaretz a comunicarci che domani in piazza, a Parigi, alla mastodontica manifestazione “per la libertà di espressione e la democrazia” sarà presente anche Benyamin Netanyahu.
Sotto il drappo nero e la scritta “Je suis Charlie” abbiamo visto scorrere, in queste giornate, tra le più terrificanti immagini di questi tempi e sicuramente domani, sull’asfalto parigino, assisteremo alla sagra della mostruosità.
Charlie Hebdo era irriverenza e blasfemia, lotta con qualunque arma all’oscurantismo: i caduti di quel giorno son gente nostra, son compagni, sono anarchici, sono blasfemi cazzari che hanno sempre odiato quel che questa gente è. Una rivista nata sull’antimilitarismo, sull’abbattimento del bigottismo e dell’oscurantismo, sulla presa per il culo di qualunque tipo di religione (che ci piaccia o no): chi riempirà le strade domani sarà proprio il nemico di quelle matite spezzate.

Poi, mi ripeto, veniamo a sapere che non ci sarà solo un inutile Renzi, no..
alla sfilata di domani ci sarà anche chi ha fatto scuola in materia di uccisioni di vignettisti: il primo ministro dello stato ebraico di Israele.
Sarebbe bello se domani in piazza Bibi Netanyahu ci raccontasse dove era il 22 luglio 1987, mentre su un marciapiede di Londra veniva colpito Naji al-Ali, disegnatore e vignettista palestinese,
papà premuroso di Handala, bimbo palestinese simbolo delle sue strisce di cui nessuno ha mai visto il mondo perché è sempre stato disegnato di spalle. Un bambino che rappresentava (e certo il piombo del Mossad non l’ha interrotto in questo suo compito) la resistenza palestinese e un intero popolo, un bimbo che si sarebbe girato per mostrare il suo volto solo una volta tornato a casa sua, solo una volta tornato libero, in terra di Palestina.
Il papà di Handala, colui che muoveva quella matita così fastidiosa, era un uomo straordinario: a 10 anni era stato un Handala anche lui, esule, cacciato dalla sua terra e abitante di arrangiate tende nel campo di Chatila in Libano.
Naji al-Ali con la sua matita, ogni giorno, anche dal più lontano esilio londinese, colpiva il nemico israeliano occupante con strisce sottili e pungenti, laceranti e dolci,
era un combattente instancabile, finchè Israele non decise di andarlo a cercare.Handala, di Naji al-Ali
Trovò la morte con un colpo in pieno volto, a molte miglia di distanza dalla sua terra profumata di Timo,
colpevole, con la sua ironia e le sue matite,
di combattere l’occupazione militare, l’esilio, l’impossibilità di ritorno, l’apartheid che ancora avanza.

Sarebbe bello chiedere a Netanyahu dove era in quel luglio del 1987 quando il volto di Naji veniva spappolato,
quando abbiamo perso per sempre la possibilità di vedere il volto del suo Handala.
Sarebbe bello che Netanyahu domani si guardasse allo specchio e lo vedesse lui il volto di Handala, intento a sputargli in un occhio, poco prima che raggiunge una manifestazione in nome della libertà di espressione e in ricordo di vignettisti “uccisi dal terrore”.
Vergognatevi.

Link utili
Cronache migrantiLa profezia armata dell’occidente
Destra, il terrorismo dei lupi solitari. Le passioni tristi della crisi. Il massacro dei senegalesi di Firenze

Perché la commissione Moro non si occupa delle torture impiegate durante le indagini sul sequestro e l’uccisione del presidente Dc ?

Anche le democrazie torturano
Nel maggio 1978 la nazionale di calcio italiana era in Argentina dove stava completando la preparazione in vista del campionato del mondo che sarebbe cominciato il mese successivo, vinto alla fine dai padroni di casa. Due anni prima, nel marzo 1976, un golpe fascista aveva portato al potere una giunta militare ma nonostante ciò i mondiali di calcio si tennero lo stesso. Furono una bella vetrina per i golpisti mentre i militanti di sinistra sparivano, desaparecidos; prima torturati nelle caserme o nelle scuole militari, poi gettati dagli aerei nell’Oceano durante i viaggi della morte, attaccati a delle travi di ferro che li trascinavano giù negli abissi. Intanto i neonati delle militanti uccise erano rapiti e adottati dalle famiglie degli ufficiali del regime dittatoriale.

Nel resto dell’America Latina imperversava il piano Condor orchestrato dalla Cia per dare sostegno alle dittature militari che spuntavano un po’ ovunque nel cortile di casa di Washington. Cinque anni prima, l’11 settembre del 1973, era stata la volta del golpe fascio-liberale in Cile, dove gli stadi si erano trasformati in lager.
In Italia l’opposizione sfilava solo nelle strade. In parlamento da un paio di anni si era ridotta a frazioni centesimali di punto a causa di un fenomeno politico che gli studiosi hanno ribattezzato col termine di “consociativismo”’: ovvero la propensione a costruire larghe alleanze consensualistiche, trasversali e trasformiste, che annullano gli opposti e mettono in soffitta alternanze e alternative. Il 90% delle leggi erano approvate con voto unanime nelle commissioni senza passare per le aule parlamentari. Il consociativismo di quel periodo aveva un nome ben preciso: “compromesso storico”. Necessità ineludibile, secondo il segretario del Pci dell’epoca Enrico Berlinguer, per scongiurare il rischio di derive golpiste anche in Italia.
Dopo un primo “governo della non sfiducia”, in carica tra il 1976-77, mentre la Cgil imprimeva con il congresso dell’Eur una svolta fortemente moderata favorevole politica dei sacrifici e il Pci, sempre con Berlinguer, assumeva l’austerità come nuovo orizzonte politico, improntata ad una visione monacale e moralista dell’impegno politico e del ruolo che le classi lavoratrici dovevano svolgere nella società per dare prova della loro vocazione alla guida del Paese, nel marzo 1978, il giorno stesso del rapimento Moro, nasceva il “governo di solidarietà nazionale”, col voto favorevole di maggioranza e opposizione.
Oltre al calcio e alla folta schiera di oriundi cosa poteva mai avvicinare una strana democrazia senza alternanza, come quella italiana, ad una dittatura latinoamericana come quella argentina?
La risposta sta in una parola sola: le torture. La repubblica italiana torturava gli oppositori, definiti e trattati come terroristi

 

Paolo Persichetti
Il Garantista 10 dicembre 2014

Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, di spalle dietro Francesco Cossiga

Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, di spalle dietro Francesco Cossiga

Con un’accelerazione sui tempi, prima che la nuova maggioranza repubblicana in senato potesse bloccare tutto, l’amministrazione Obama ha deciso di rendere noto un rapporto, preparato dalla Commissione di controllo dei servizi segreti del senato Usa che descrive l’uso delle torture impiegate durante gli interrogatori dei prigionieri catturati dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e sospettati di appartenere ad al Quaeda. Pratica a cui mise fine Obama nel 2009. A distanza di nemmeno cinque anni dalla conclusione di quei fatti si possono conoscere le varie tecniche di tortura utilizzate (in buona parte già note), in particolare l’uso del waterboarding (l’annegamento simulato), i luoghi impiegati, le prigioni segrete fuori dal territorio nazionale, gli agenti che le praticarono, l’intero apparato messo in piedi, la filiera di comando.
In Italia, al contrario, dopo oltre 30 anni dalle torture inferte contro persone accusate d’appartenere a gruppi della sinistra armata, domina il buio pesto appena squarciato da una sentenza della corte d’appello di Perugia che un anno fa ha riconosciuto l’esistenza di un apparato parallelo del ministero dell’Interno, attivo tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80, guidato da un funzionario di nome Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, specializzato nell’estorcere informazioni con la tortura durante gli interrogatori.
Il 2 ottobre scorso hanno preso avvio i lavori della nuova commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione del presidente della Dc Aldo Moro. Da allora sono stati ascoltati una serie di responsabili istituzionali e magistrati (Copasir, Interni, Difesa), l’ex presidente della precedente commissione Giovanni Pellegrino, uno dei suoi membri passati più influenti, Sergio Flamigni. I lavori della commissione sin qui svolti non sembrano di grande interesse storico. Vengono seguite piste già battute in passato, circostanze ultranote, sulla falsa riga di un vetusto teorema dietrologico. I commissari mostrano di essere privi di qualsiasi volontà di rinnovamento, di curiosità, totalmente disattenti alle acquisizioni storiche più recenti.
Non stupisce dunque che non vi sia alcuna volontà di fare chiarezza sulla vicenda delle torture che pure si intreccia strettamente con le indagini condotte durante il caso Moro.
C’è un’immagine che lega la vicenda delle torture, in particolare quelle esercitate contro Enrico Triaca, noto alle cronache come il “tipografo delle Br”, arrestato il 17 magio 1978, con il ritrovamento di Moro e le dimissioni di Cossiga. Nella foto che ritrae Cossiga davanti alla Renault 4 rossa, dove giace il corpo senza vita di Moro, c’è anche Nicola Ciocia (alle spalle del ministro dell’Interno), il funzionario che torturò Triaca pochi giorni dopo, come racconta lui stesso in un libro scritto da Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”, Sperling & Kupfer 2011. Ed è ancora Ciocia a rivelare di aver scortato Cossiga, subito dopo il ritrovamento del corpo del presidente della Democrazia cristiana, nella chiesa del Gesù.
Enrico Triaca denunciò di essere stato torturato mentre era nelle mani della polizia perché rendesse dichiarazioni accusatorie. Il ministro dell’Interno Cossiga si era dimesso da cinque giorni, l’interim del Viminale rimase nelle mani del presidente del consiglio Andreotti fino al 13 giugno successivo, quando si insediò Virginio Rognoni, che lasciò il posto solo nel 1983 gestendo l’intera stagione delle torture.
Dagli uffici della Digos, dove era stato condotto dopo l’arresto, Triaca fu portato nella caserma di Castro Pretorio. Qui venne a parlargli un funzionario che si presentò come un suo compaesano (Triaca è di origini pugliesi e Ciocia anche), quindi fu prelevato da una squadra di uomini travisati che lo incappucciarono e lo trasportarono in una sede ignota. Nel corso del tragitto iniziarono le minacce mentre i suoi sequestratori scarrellavano le armi. Arrivato a destinazione fu violentemente pestato ed alla fine sottoposto alla tortura dell’acqua e sale che produce una sensazione di annegamento.
Ricondotto in questura, di fronte al magistrato denunciò le torture subite ma per rappresaglia venne a sua volta incriminato per calunnia dall’allora procuratore capo di Roma Achille Gallucci.
Nel corso del processo tenutosi nel novembre successivo Triaca fu condannato ad un anno e quattro mesi di carcere per calunnia. Pena che si aggiunse a quella per appartenenza alle Brigate rosse e in un primo momento anche per il sequestro Moro. Verdetto ribadito in appello e poi in cassazione. Nel corso del processo, oltre all’allora capo della Digos romana, Domenico Spinella, sfilarono poliziotti che successivamente hanno fatto molta carriera, da Carlo De Stefano che condusse l’iniziale perquisizione nella tipografia di via Pio Foà, arrivato a dirigere la Polizia di prevenzione (denominazione assunta dall’Ucigos), poi nominato prefetto e sottosegretario agli Interni durante il governo Monti, a Michele Finocchi, promosso capo di gabinetto del Sisde, praticamente il numero due sotto la gestione di Malpica e coinvolto nello scandalo dei fondi neri per questo latitante in Svizzera dove venne successivamente arrestato dal Ros dei carabinieri. Il ruolo di Finocchi è centrale nella gestione dell’interrogatorio violento di Triaca poiché è lui che raccoglie i due fogli della “deposizione” estorta, di cui uno mai controfirmato.
Non ci sono solo poliziotti ad interrogare Triaca, arrivò anche l’allora giudice istruttore Ferdinando Imposimato, che delle torture non si curò minimamente omettendo di fare luce su tutte le circostanze che seguirono l’arresto.
Chi ordinò a Ciocia di intervenire? E chi disse ancora a Ciocia che era meglio fermarsi, perché un solo caso di tortura poteva restare coperto ma di fronte a più casi non sarebbe stato possibile?
E chi, 4 anni dopo, all’inizio del 1982, durante il governo Spadolini, nel pieno del sequestro del generale americano Dozier, decise invece che torturare in massa era possibile garantendo il massimo di copertura all’apparato speciale che fece il lavoro sporco?
Domande alle quali una commissione di indagine parlamentare – che sostiene di voler cercare la verità – dovrebbe avere il coraggio di fornire delle risposte, ma che a quanto pare non è in grado nemmeno di formulare.
La commissione presieduta da Giuseppe Fioroni, e animata da Gero Grassi, più che porre nuove domande, domande scomode, sembra privilegiare risposte già confezionate, prigioniere dello schema complottista.
E’ proprio questo il punto, lì dove non c’è trasparenza alligna la dietrologia, inevitabilmente si rincorrere il gioco delle ombre, si coltiva il mito dell’occulto fino a scambiare lo scandaglio dei fatti, l’affondo verso la radice delle cose, con la ricerca di un supposto lato nascosto, invisibile.
La coltre fumogena della dietrologia è un ottimo espediente per evitare imbarazzanti domande su quello che è stato l’unico vero grande mistero mai affrontato sugli anni della lotta armata: l’impiego delle torture di Stato.

Per saperne di più
Le torture degli altri di Francesco Romeo
Le torture della repubblica
Gli anni spezzati dalla tortura di Stato

Le torture degli altri

Un reato a geometria variabile. Per la procura della repubblica di Roma c’è tortura solo se le sevizie avvengono oltre i confini nazionali. In Italia è semplice abuso d’autorità. Ecco la storia del doppio binario impiegato dalla magistratura inquirente di fronte al caso dell’uruguaiano Jorge Nestor Fernandez Troccoli, ex capitano della marina uruguayana e ex capo del Fusna (servizi segreti della marina militare), messo sotto accusa dal pubblico ministero Giancarlo Capaldo per le sue responsabilità nella tortura e successiva scomparsa di sei cittadini italo-uruguayani militanti antidittatura, avvenuta nel 1977, e del funzionario dell’ucigos Nicola Ciocia che nel maggio 1978 torturò Enrico Triaca (episodio sancito in via definitiva da una sentenza della corte d’appello di Perugia) e nel 1982 decine di altri arrestati per appartenenza alle Brigate rosse

di Francesco Romeo
Il Garantista 10 dicembre 2014

Troccoli

Jorge Nestor Fernandez Troccoli

Il reato di tortura nel nostro codice penale non c’è, non ha ancora trovato posto. I casi di tortura, invece, ci sono da sempre.
Alla Procura di Roma, sono convinti che gli episodi di tortura siano tali solo quando riguardano fatti che accadono o sono accaduti al di fuori dei nostri confini: si sa, noi italiani siamo brava gente.
Capita, così, che la procura capitolina abbia chiesto il rinvio a giudizio del cittadino uruguaiano Nestor Troccoli accusato di aver commesso negli anni 70’ diversi omicidi di militanti di organizzazioni di opposizione politica alle giunte militari argentina ed uruguaiana e di sequestro di persona a scopo di estorsione per avere arrestato, senza alcun provvedimento dell’autorità legittima, un numero indeterminato di persone per i loro presunti rapporti con queste organizzazioni e per averle sottoposte a detenzione illegale e tortura, al fine di estorcere loro indicazioni sull’identità di altri partecipanti alle citate organizzazioni, sui nomi di battaglia, sulla localizzazione e sulla partecipazione degli stessi a presunte azioni sovversive. In assenza del reato di tortura si è contestato, comunque, un reato gravissimo e, si è detto chiaramente che la tortura era finalizzata all’estorsione di informazioni: nomina sunt essentia rerum.

Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, di spalle dietro Francesco Cossiga

Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, di spalle dietro Francesco Cossiga

A Perugia, lo scorso anno la Corte di Appello di quella città ha pronunciato una sentenza, passata in giudicato, con la quale ha revocato la condanna per calunnia nei confronti di Enrico Triaca, militante delle Brigate rosse, tratto in arresto pochi giorni dopo il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro.
Enrico Triaca, dopo essere stato arrestato era finito nelle mani di una squadra “coperta” della polizia italiana, denominata “i cinque dell’ave maria” e sottoposto alla tortura del waterboarding (allora chiamata “algerina”) per ottenere informazioni su altri componenti l’organizzazione armata; un mese dopo l’arresto, Triaca aveva denunciato al magistrato di essere stato torturato ed aveva ritrattato le dichiarazioni rese; per tutta risposta fu tratto a giudizio per direttissima per il reato di calunnia (caso unico nella storia processualpenalistica italiana) e condannato. Seguendo il filo nero costituito dalla pubblicazione di libri, servizi televisivi ed interviste giornalistiche si è individuato il dirigente di quella struttura della polizia italiana soprannominato “dottor de tormentis” e, si è dimostrato che era stato lui a dirigere il waterboarding praticato su Enrico Triaca.
La Corte di Appello di Perugia ha accertato che quella squadra della polizia capitanata dal dottor de tormentis, utilizzò la tortura nel caso di Enrico Triaca ed anche in altre occasioni ed ha trasmesso gli atti alla procura di Roma per valutare quali reati emergessero a carico del dott. de tormentis, al secolo Nicola Ciocia, segnalando che anche se fosse maturata la prescrizione, il Ciocia vi avrebbe potuto rinunciare.
Alla procura di Roma, dopo aver letto la sentenza della Corte di Appello di Perugia, hanno pensato che, tutto sommato, il waterboarding quando viene praticato all’interno dei confini nazionali, non rientra nell’ambito della tortura e, anzi, nemmeno la si deve nominare. Così, nei confronti di Ciocia è stata formulata l’accusa di abuso d’autorità sulle persone arrestate art. 608 del codice penale per aver: “sottoposto a misure di rigore non consentite dalla legge una persona arrestata” così recita la norma (Triaca era stato sottratto ai poliziotti che lo avevano arrestato, dalla squadra di de tormentis). Il “waterboarding”, dunque, è una misura di rigore tutta italiana, mica tortura. Ciocia non ha rinunciato alla prescrizione ed il procedimento si è avviato sul binario procedurale che lo condurrà in archivio.
Balza agli occhi l’asimmetria della procura capitolina nel trattamento riservato ai due casi di tortura e, non perché Troccoli forse sarà giudicato (per gli omicidi, non per i sequestri di persona prescritti) e, Ciocia non lo sarà, ma per quel riflesso, quasi pavloviano, per quale ci siamo indignati e, ci indigniamo ancora per il waterboarding a Guantanamo e per le torture ad Abu Grahib, ma chiudiamo gli occhi e giriamo la testa dall’altra parte se le stesse cose accadono a casa nostra, non riusciamo nemmeno a nominarle: si sa, noi italiani siamo brava gente, del reato di tortura non ce n’è bisogno.

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